Palazzolo Acreide


Palazzolo Acreide (abitanti 9204, 670 m.s.l.m.) si trova in provincia di Siracusa, un luogo al centro di numerosi itinerari turistici della Sicilia Sud-orientale; base ideale per coloro che intendono visitare le zone circostanti.

Il paese dista 45 km da Siracusa e fa parte del comprensorio degli Iblei.
Sorta in prossimità della antica Akrai, prima colonia siracusana fondata nel 664 a.C. a difesa del territorio circostante, Palazzolo Acreide si presenta gradevole, aggraziata ed arricchita di bei monumenti dovuti in gran parte alla ricostruzione settecentesca, dopo il terribile terremoto del 1693.

La città possiede diversi punti d’interesse: quello archeologico e paesaggistico, offerto dal sito dell’antica Akrai greca e dalle zone circostanti; quello monumentale della città odierna impreziosita da numerose chiese e palazzi, vivaci espressioni del caratteristico barocco locale; quello folcloristico, etno-antropologico e culturale, dato dalle innumerevoli feste religiose estive, da un carnevale di antica tradizione, dalla vita nella quotidianità, dalla presenza di un interessante museo etnologico, e, in estate, da una stagione densa di eventi (teatro, musica, danza).

Non trascurabile inoltre, è l’aspetto climatico del luogo: a quasi 700 metri sul livello del mare, Palazzolo ha un clima piacevole non solo in primavera ma anche nel pieno della torrida estate siciliana.

Non si può lasciare Palazzolo Acreide senza averne gustato la gastronomia: la ricotta, i legumi, la verdure spontanee, la carne suina sono gli ingredienti principali di una cucina marcatamente iblea e molto apprezzata in tutto il siracusano. Numerose trattorie e ristoranti ne propongono buoni esempi e le pasticcerie del paese confezionano ottimi dolci tradizionali, sia a base di ricotta e creme che di mandorle, miele e frutta secca.

Se si arriva a Palazzolo da Siracusa, percorrendo via Nazionale si giunge in piazza Pretura e poi attraverso via Giardino Pubblico si arriva alla villa comunale.

Buscemi


Raro esempio di paese museo, Buscemi si presenta come un grande teatro naturale, che domina l’alta Valle dell’Anapo incastonato tra le antiche vestigia di Akrai, di Casmene e di Pantalica. Chi visita questa cittadina ha come l’impressione di guardare una fotografia, dove tutto sembra essersi fermato.
Le radici della città risalgono alla protostoria come testimonia un insediamento trogloditico, anche se le prime notizie si hanno dopo i domini arabo-bizantino e normanno. Dal 500 il borgo fu feudo della famiglia Requisenz che fece costruire un castello da cui possiamo ammirare un meraviglioso panorama sul territorio circostante.
Il castello, la cui struttura Araba originale è stata rimaneggiata dalle dinastie succedutasi, fu ricostruito dopo il terremoto del 1693 ed in seguito adibito a convento dei frati cappuccini.
Dopo il sisma Buscemi fu ricostruita seguendo lo stile canonico del barocco siciliano soprattutto nelle strutture religiose.
La città, consente di seguire un percorso che è, allo stesso tempo, d’interesse monumentale, paesaggistico e soprattutto etno-antropologico grazie alla realizzazione nel 1988 di un itinerario nel centro abitato, che gli ha conferito l’importante immagine di “paese-museo”. L’itinerario si articola in varie abitazioni trasformate in museo e si conclude con il Mulino ad acqua S.Lucia di Palazzolo Acreide.
Entrati in paese arriviamo in Piazza Roma, la piazza centrale sulla quale si erge la chiesa di San Sebastiano.
Anch’essa sacro subì innumerevoli danni dal terremoto del 1693, venne ricostruita nello stesso luogo, grazie alla confraternita di S. Sebastiano ma per cause sconosciute si ebbe un secondo crollo della facciata e i successivi lavori di ricostruzione ebbero tempi lunghissimi. La chiesa di stile prettamente barocco, porta nel secondo ordine triforo e timpanato la data del 1906.
L’itinerario etno-antropologico di Buscemi si insinua tra le minute vie del quartiere medioevale, le numerose chiese e i palazzi settecenteschi. I distinti ambienti, testimoniano le condizioni di vita e di lavoro in cui si trovavano le molteplici realtà sociali della “Civiltà contadina Iblea”.
Iniziamo la visita dalla casa “ro massaro”, la tipica abitazione del piccolo possidente della zona. La casa comprende quattro vani: l’ingresso, dove troviamo un canniccio (“u cannizzu”), alcuni attrezzi da lavoro e una collezione di collari per il bestiame; la cucina, che conserva una “tannura” (il focolare in pietra) e un piano in muratura sul quale si trovano poggiati i vecchi utensili da cucina; la stanza della tessitura dove possiamo vedere il ciclo di lavorazione della tessitura popolare; la camera da letto con la “naca” (una particolarissima culla molto diffusa nelle abitazioni contadine della Sicilia orientale, simile ad una amaca sospesa sul letto matrimoniale), gli abiti e il corredo. Uscendo dalla casa “ro massaro”, abbiamo di fronte la chiesa di Sant’Antonio di Padova la cui struttura originale risale al XVII secolo. Venne ricostruita dopo il terremoto nello stesso loco, ma la facciata del nuovo edificio manca totalmente del secondo ordine e rimase incompiuta. La facciata si distingue per un portale armonioso e sinusoidale, il secondo ordine è sostituito da una struttura che sostiene la cella campanaria. Negli interni troviamo le tipiche decorazioni barocche che originariamente erano totalmente ricoperte di oro zecchino e una pregevole “Addolorata” lignea del Quattrocchi.
Vicino la chiesa, troviamo il palmento (“u parmientu”): il luogo della pigiatura dell’uva risalente ai primi dell’Ottocento e trova al suo interno un raro torchio del I secolo a.C. e una mostra che illustra la storia della vite, il lavoro e le tecniche di trasformazione dell’uva, dal periodo greco ai nostri giorni.
L’itinerario continua con una visita alla bottega del fabbro (“putia ro firraru”) che forgiava gli attrezzi da lavoro dei contadini e fungeva anche da maniscalco ed esperto veterinario.
Raggiunto corso Vittorio Emanuele, oltre alla chiesa di San Sebastiano, incontriamo la chiesa di San Giacomo dalla facciata tardo barocca, chiusa al culto e adibita a usi culturali.
Edificata nel 1610 e distrutta dal terremoto del 1693, ha un’originale facciata convessa di ispirazione neoclassica, il secondo ordine dove trova posto un antico orologio è stato aggiunto o sostituito in un secondo momento. L’interno presenta un grande ambiente ovoidale e un’abside quadrata armonizzati da una serie di archi e finestre.
Sul corso si mostra anche la Chiesa Madre, la cui facciata a tre ordini si innalza sopra una spettacolare scalinata di pietra lavica che da movimento alla struttura. Le decorazioni barocche, le statue di fattura artigianale del secondo ordine e il materiale utilizzato per la costruzione dona a questo monumento delle caratteristiche di eccezionalità. L’interno, a tre navate, conserva una bella statua lignea del XVIII secolo del Quattrocchi e il corpo imbalsamato di San Pio, proveniente dalle catacombe di S. Callisto a Roma e offerto a Buscemi da Papa Benedetto XIV.
Dalla Chiesa Madre proseguiamo scendendo verso il quartiere più caratteristico di Buscemi, fatto di vicoli, cortili e piccole abitazioni. Di queste case contadine tradizionali, si può visitare la casa “ro iurnataru” (casa del bracciante). Il confronto con la casa “ro massaru”, rende subito esplicita la diversa condizione economica, sociale ed esistenziale che li contrapponeva.
Ritornando verso il centro giungiamo all’antico frantoio (“u trappitu”). Una struttura del Settecento nata dalla modifica di una preesistente chiesa rupestre bizantina dove il “mastru” insieme ad alcuni garzoni e ad una bestia da soma, spremeva le olive per la produzione dell’olio locale. Il frantoio conserva ancora un antico torchio di legno, una macina e gli attrezzi usati dai contadini nel ciclo annuale del loro lavoro.
Le ultime tappe del percorso ci fanno arrivare alla bottega del calzolaio (“a putia ra scarparu”) e a quella del concia brocche (“appuntapiatti”) dove possiamo vedere alcuni oggetti riparati dallo stesso.
Tornando verso Piazza Roma, in via del Carmine, troviamo la chiesa omonima. Annessa a un monastero custodisce un gruppo marmoreo (un’Annunciazione di scuola gaginesca del XVI secolo), un antico crocifisso rivestito d’argento e un’antica tela con l’effige della Madonna del Bosco.
Non lontano dal centro abitato, a circa 1 km, scopriamo il Santuario della Madonna del Bosco. Nella parete sinistra dell’edificio si conserva ancora un antico affresco della vergine col bambino del XVI secolo. La Madonna del bosco che qui si venera, è la patrona di Buscemi e viene festeggiata l’ultima domenica d’Agosto. Le celebrazioni estive sono molto sentite dai cittadini che organizzano ogni anno solenni festeggiamenti.
Dal cimitero del paese, proseguendo a piedi per 4 chilometri raggiungiamo la chiesa rupestre di San Pietro. Scavato in un dosso roccioso, la chiesa, risalente al V secolo, è uno dei monumenti bizantini di Primo ordine ancora conservati in Sicilia Orientale.

Buccheri


Al centro di vasti boschi di pini, castagni, pioppi, noccioli, querce e sugheri, Buccheri (820 m.s.l.m.), è il più alto comune della provincia di Siracusa. A Buccheri respiriamo un’atmosfera prettamente iblea. D’inverno le frequenti nevicate conferiscono al paesaggio un aspetto di alta montagna, mentre l’estate è mite.
Collocata lungo le pendici del monte Lauro, la cittadina vide insediarsi sul suo territorio Siculi, Romani, Bizantini e Arabi. Furono questi ultimi a colonizzare il territorio, cingendolo di una muraglia e insediandosi attorno ad esso. Di questo castello del XIII secolo, possiamo vedere oggi alcuni importanti ruderi come la torre meridionale, la cinta muraria e la torre centrale.
Buccheri fu distrutta dal terremoto del 1693. Il disastro fu occasione per ricostruire chiese, conventi e palazzi nello stesso sito e diede la spinta alle maestranze locali a procedere ad una revisione del tessuto urbano.
Iniziamo il nostro itinerario percorrendo via Umberto I (l’asse principale del paese), raggiunta Piazza Matrice, incontriamo la Chiesa Madre. L’edificio, la cui facciata è rimasta incompleta, conserva un bel crocifisso ligneo del XVII secolo e una tela dello stesso secolo che rappresenta San Michele.
La via Umberto I termina nella piazza centrale di Buccheri, piazza Roma, il principale luogo d’incontro degli abitanti del paese. Qui ammiriamo anche una fontana realizzata in pietra lavica (l’intaglio di queste pietre è una delle tradizionali attività artigianali cittadine). Sempre nella piazza, ci spostiamo verso l’imbocco di via Umberto I, dove possiamo vedere una ben conservata neviera.
Continuiamo imboccando corso Vittorio Emanuele, sul lato destro vediamo affacciarsi la settecentesca chiesa di Santa Maria Maddalena, la cui facciata, nel primo ordine, è opera dell’architetto locale Michelangelo Di Giacomo. La chiesa custodisce all’interno una Maddalena del 1508, scolpita da Antonello Gagini.
Proseguendo il corso, arriviamo in Piazza Toselli dove inizia una lunga scalinata alla cui sommità si trova la chiesa di Sant’Antonio Abate. La chiesa domina con la sua altissima facciata e caratterizza fortemente l’immagine complessiva del paese. L’interno della chiesa, a tre navate, ricco di stucchi, custodisce due tele settecentesche di Guglielmo Borremans. Attraverso un basso arco accediamo alle strette viuzze che ci portano al Castello, che con la sua mole dominava il paese. Dal Castello si domina un paesaggio di straordinaria suggestione: la piana di Catania, i boschi comunali, le pendici del monte Lauro, la cuspide degli Iblei.
Lasciando il centro abitato in direzione di Catania, troviamo uno dei più bei paesaggi di tutta la regione iblea. Lungo i declivi, tra vasti e ben curati oliveti, ci sono antiche masserie, case padronali, terrazze di muri a secco: un paesaggio rurale così ben conservato da avere pochi eguali in Italia. Tutto il territorio di Buccheri si presta a essere percorso a piedi: non mancano aree boschive che costituiscono ottimi itinerari ecologici (il bosco di Santa Maria è un’area attrezzata) che si alternano a zone più brulle, tradizionalmente adibite a pascolo, o ancora possiamo incontrare delle costruzioni in muratura secco che costituivano gli antichi rifugi dei pastori. Nei boschi di Buccheri possiamo raccogliere ottimi funghi, fra cui il boletus, le lepiote, i “lattari”.
La maggiore risorsa del paese è l’olivicoltura. Le tipiche olive nere di Buccheri e il buon olio si esportano oggi in tutta la Sicilia. Ottimi pure formaggi e ricotta, pinoli, castagne, salsiccia, salumi, dolci tipici. Dal monte Lauro possiamo seguire diversi itinerari ambientali lungo i corsi dei fiumi, che qui hanno origine: l’Irminio, l’Anapo e il S. Leonardo. Seguendo le foci dell’Anapo, dalla contrada Guffari, raggiungiamo il monte Casale, su cui giacciono i resti di una misteriosa città greca del VII sec. a.C., costruita sul pianoro del monte.

Fra le manifestazioni folcloristiche va ricordata senz’altro la sacra rappresentazione della morte e passione di Gesù Cristo, residuo dell’antico rito Passiu Santu, manifestazione che si conclude la Domenica di Pasqua con il rito della Ncrunata, in cui si rappresenta l’incontro di Cristo risorto e la Madonna.

Rosolini


Nata all’inizio del XVI secolo, a Rosolini non resta nulla di quel tempo. Il centro storico del paese, infatti, è tutto di impronta ottocentesca. Però, in zona, resta una piccola chiesa rupestre di epoca paleocristiana nei ruderi del complesso, che risale al Seicento, del castello dei Platamone. L’impianto ortogonale della città si sviluppa intorno alla piazza centrale, piazza Garibaldi, su cui si affacciano il palazzo comunale e la chiesa Madre, dedicata alle Anime del purgatorio. Piazza Masaniello è caratterizzata dalla fontana dei Tritoni, costruita tra il 1898 e il 1903. Nelle contrade del paese importanti testimonianze del passato. All’interno della cava grande di Rosolini, in contrada Stafenna, una zona di stanziamenti umani che vanno dalla protostoria sino al periodo bizantino. Sulla balza della cava i resti di un antico insediamento siculo della cultura iblea.

Testo Fonte APT Siracusa

Noto giardino di pietra


Conosciuta come “la Capitale del Barocco”, Noto, venne costruita agli inizi del Settecento sfruttando e valorizzando i dislivelli naturali del monte Meti.
E’ un centro urbano dal fascino indescrivibile, proclamata dall’UNESCO, nel 2002, Patrimonio dell’Umanità.
Cesare Brandi, critico d’arte senese, definisce Noto con una innovativa e pittoresca denominazione: “il Giardino di Pietra”. Progettata da vari architetti siciliani fra i quali Paolo Labisi, Rosario Gagliardi e Vincenzo Sinatra, Noto acquista la magnifica patina dorata e rosata, donata ai maestosi edifici in pietra calcarea locale, dallo scorrere incessante del tempo.Un complesso urbano incredibilmente scenografico e armonico, segnato dall’alternarsi di chiese e palazzi, in un tripudio decorativo fatto di fregi, capitelli, volute, putti e mascheroni.

La Cattedrale settecentesca,la cui facciata, quasi sicuramente opera di Sinatra, campeggia dall’alto di una maestosa scalinata a tré rampe. Percorrendo via Nicolacci, ritroviamo splendidi edifici barocchi, quali ad esempio il palazzo Nicolaci Villadorata e la chiesa di Montevergine (1748-1750).

Altro itinerario da percorrere è via Cavour con i suoi palazzi nobiliari settecenteschi in stile tardo-barocco. Porta Reale, la chiesa di San Francesco all’Immacolata, palazzo Ducezio,la basilica del SS. Salvatore, la chiesa di Santa Chiara, la chiesa del Santissimo Crocifisso sono solo alcune delle attrattive di una città ricca di particolari artistici e maestose strutture storiche. Vi consigliamo infine di assaporare il contrasto tra la grandiosità della “Aristocratica Noto” e l’architettura minore dei quartieri popolari d’impronta araba.

Avola


Sull’antico tracciato della via Elorina, a venti minuti da Siracusa sorge su una pianura verdeggiante la città di Avola (Sr), bagnata dal mare Ionio e con alle spalle l’ultima propaggine dei monti Iblei sud-orientali. Ricostruita dopo il terrificante terremoto che 1693 costrinse gli abitanti a trasferirsi, da quella che oggi è chiamata Avola Antica ovvero la vecchia città sul monte Aquilone, all’odierna posizione.

Caratteristica principale della città è la sua geometrica armonia dettata dalla pianta di forma esagonale, ideata dall’architetto gesuita Angelo Italia, che ispiratosi a modelli delle città fortificate, diede vita a vie diritte che si affacciano su ampie e luminose piazze.

Centro Storico:
Passeggiando all’interno del centro storico possiamo distinguere tre stili architettonici, il Barocco, il Neoclassico ed il Liberty.

L’itinerario barocco ci porta a visitare la chiesa di San Giovanni Battista all’interno della quale il colore azzurro si distribuisce, modulandosi nei toni, sullo sfondo bianco dell’intonaco. Qui troviamo un ciclo pittorico di cinque tele settecentesche raffiguranti la vita del santo Corrado Confalonieri. Proseguendo verso il centro della città percorrendo uno dei due assi che tagliano l’esagono, si arriva a piazza Umberto I dove si trova la Chiesa Madre, dedicata a S. Nicolò ed a S. Sebastiano, costruita dai marchesi Argona-Pignatelli. All’interno si trova lo “Sposalizio della Vergine” di Olivio Sozzi e la “Madonna del Rosario” di Sebastiano Conca e un pregevole organo di Donato del Piano; di Francesco Patanè è il portone in bronzo raffigurante otto episodi evangelici. Dall’interno della chiesa si accede a sei cappelle sotterranee, identificate come cripte cimiteriali. Proseguendo arriviamo in piazza Regina Elena dove si trova la chiesa di Sant’Antonio Abate, il cui interno è ricco di affreschi e pitture del Settecento e la statua lignea del “Cristo alla colonna” alla quale è legata la memoria religiosa della città perché proveniente dall’antica Avola.

Altra interessante tela si trova all’interno della chiesa di Santa Maria del Gesù, una delle prime chiese costruite dopo il terremoto e che raffigura la Madonna con San Francesco e Santa Chiara riferibili a Pietro d’Asaro e allo Zoppo di Ganci. Monumento nazionale è la chiesa dell’Annunziata, opera attribuita a Giuseppe Alessi ispirata a modelli di ascendenza romana e borromiana.
Altre chiese da visitare: la chiesa di “Santa Venera” e la chiesa della “Santa croce”. Quest’ultima conserva al suo interno un pregevole tabernacolo settecentesco in legno e tartaruga ed un polittico con al centro l’ Esaltazione della croce.

Fanno parte dell’ itinerario neoclassico il Teatro comunale (in ristrutturazione) l’ mercato ortofrutticolo di via S. Francesco d’Assisi.

L’itinerario liberty, tra i più ricchi dalla Sicilia sud-orientale, si snoda tra le vie della città dove le facciate dei palazzi si presentano pregevoli di decorazioni floreali.

Ragusa Ibla


Una città nella città. Il barocco colora le ripide discese e gli improvvisi slarghi di questa città che s’inerpica negli stretti tornanti di un altopiano a forma di pesce, l’effetto è straordinario. Non solo chiese di pregevole fattura e monumenti, ma anche intricatissimi e affascinanti vicoli.
Di straordinaria bellezza è la chiesa di S. Giorgio che ne costituisce il cuore.

Riserva naturale del Ciane


Parte integrante dal 1984 della Riserva naturale orientata condivisa con l’ampia zona delle Saline, il Ciane nasce dalle sorgenti Pisima e Pismotta, che formano subito un profondo laghetto circolare. Si tratta di uno dei luoghi di culto più antichi della Sicilia (collegato quasi sicuramente all’Olympeion poco distante) ed è legato al mito di Persefone. La ninfa Ciane, infatti, fu tramutata in fiume per avere tentato di impedire il rapimento della dea da parte di Ade.

Il Ciane è percorribile con barche a remi che risalgono la corrente del fiume partendo dalla sua foce sul Porto grande, condivisa con quella dell’Anapo e del canale Mammaiabica. Lungo le rive del Ciane crescono rigogliosi i papiri (Ciperus Papyrus), importati probabilmente in Sicilia dagli arabi, come gli agrumi, anche se alcuni studiosi fanno risalire l’arrivo del papiro a Siracusa al III secolo a.C., direttamente dall’Egitto.

Pantalica e Valle dell’Anapo


Una vera e propria fortezza naturale, difesa dalle profonde gole delle valle dell’Anapo e dal Calcinara, unita all’altopiano da uno stretto istimo, tagliato da un profondo fossato. Pantalica fu rifugio antichissimo delle popolazioni autoctone che lì cercarono rifugio, tra il XIII e l’VIII secolo avanti Cristo, dalle minacciose invasioni di popolazioni italiche che arrivavano sulla costa. Una città che divenne fiorente, e della quale oggi resta soltanto il grande basamento dell’Anakroton, il palazzo del principe. Abbandonato nel periodo greco, il sito di Pantalica tornò ad essere abitato in epoca bizantina sino alla dominazione araba, che in zona portò alla fondazione di Cassaro, Buscemi e Buccheri.
L’importanza storica, archeologica ed anche naturalistica di Pantalica è data dalle oltre cinquemila tombe a grotticella risalenti a periodi diversi, scavate nelle pareti a picco della valle, che si estende su un territorio di circa 80 ettari. Fu l’archeologo Paolo Orsi a dare una collocazione temporale alla grande città dei morti di Pantalica. Due necropoli, Nord e Nord Ovest sono quelle più antiche, e risalgono al XIII-X secolo a.C.; tre, quella Sud, quella di Filiporto e Cavetta, risalgono invece al IX-VIII secolo a.C.. A nove chilometri da Ferla, percorrendo un costone roccioso, si arriva alla necropoli di Filiporto. Inoltrandosi nel sito si raggiungono i resti di un villaggio bizantino e l’oratorio di San Micidiario sino ad arrivare al fondovalle dove scorre l’Anapo. Risalendo la valle si incontra l’oratorio di San Nicolicchio e si arriva all’Anakroton, l’unico vestigio rimasto dell’antica città di Pantalica. L’altro versante dell’area archeologica con le necropoli Nord e la necropoli Cavetta, si raggiunge da Sortino.

L’importanza storica, archeologica ed anche naturalistica di Pantalica è data dalle oltre cinquemila tombe a grotticella risalenti a periodi diversi, scavate nelle pareti a picco della valle, che si estende su un territorio di circa 80 ettari. Fu l’archeologo Paolo Orsi a dare una collocazione temporale alla grande città dei morti di Pantalica. Due necropoli, Nord e Nord Ovest sono quelle più antiche, e risalgono al XIII-X secolo a.C.; tre, quella Sud, quella di Filiporto e Cavetta, risalgono invece al IX-VIII secolo a.C.. A nove chilometri da Ferla, percorrendo un costone roccioso, si arriva alla necropoli di Filiporto. Inoltrandosi nel sito si raggiungono i resti di un villaggio bizantino e l’oratorio di San Micidiario sino ad arrivare al fondovalle dove scorre l’Anapo. Risalendo la valle si incontra l’oratorio di San Nicolicchio e si arriva all’Anakroton, l’unico vestigio rimasto dell’antica città di Pantalica. L’altro versante dell’area archeologica con le necropoli Nord e la necropoli Cavetta, si raggiunge da Sortino.

Testi Archivio APT-Siracusa

Augusta


Secondo alcune fonti Augusta fu fondata dall’imperatore Augusto nel 42 a.C.. Ma fu Federico II di Svevia a renderla una città strategica nel corso del suo primo viaggio in Sicilia. Di quel periodo Augusta conserva la sua conformazione urbanistica a scacchiera e l’ampia mole del Castello Svevo, trasformato dai Borboni in carcere alla fine del XIX secolo, funzione che ha avuto sino agli anni ’70. Augusta divenne importante porto militare nel periodo aragonese e nel 1571 ospitò la flotta cristiana che avrebbe affrontato i Turchi a Lepanto. Ha rivestito un ruolo strategico nel controllo delle rotte del Mediterraneo anche nel corso della Seconda guerra mondiale. Ancora oggi Augusta è un’importante base della Marina militare.

L’ingresso della parte più antica della città è segnato dalla Porta Spagnola, costruita nel 1681. A Sud la città si affaccia sulla Rada di Augusta, racchiusa da un’ampia diga foranea. Spiccano nel porto le fortificazioni spagnole della città, i forti Garcia e Vittoria (realizzati verso la metà del Cinquecento) e il forte Avalos, eretto nel 1569. Nel centro storico la chiesa della Anime Sante (XVII secolo); San Giuseppe; l’Annunziata; il convento e la chiesa dei Domenicani (XVI secolo su una pianta duecentesca); la chiesa Madre, costruita a partire dal 1644, riedificata dopo il terremoto del 1693 per essere completata nel 1769. Infine, il palazzo del municipio (1699) che presenta sul frontespizio un’aquila imperiale sveva ed una meridiana costruita per ricordare l’eclissi totale del 1870.

Uno dei tre castelli eretti dallo Federico II sulla costa orientale della Sicilia, insieme a quelli di Catania e Siracusa. Ha base quadrata, lati di oltre sessanta metri ed un aspetto imponente. Progettato dall’architetto Riccardo da Lentini, la sua costruzione fu iniziata nel 1232 e durò una decina d’anni. Ulteriori fortificazioni integrarono, nel corso dei secoli, il sistema di difesa della città che si basava sul grande castello posto tra il porto Xifonio a Nord e la rada Megarese, a Sud. In particolare, oltre alla cortina muraria esterna il sistema fu integrato coi forti Avalos, Garcia e Vittoria, collegati al castello da una galleria. Attualmente ospita anche il Museo della Piazzaforte, che conserva una serie di cimeli che testimoniano l’importanza militare di Augusta nel corso dei secoli.

Fonte APT Siracusa